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Chi ha creato il pandoro? Il retroscena sulla storia dolciaria di Verona che emoziona i golosi

📅 22 Agosto 2026✍️ di Rossana Volpini⏱️ 5 min di lettura

La storia del pandoro è affascinante quanto il profumo che emana dalle cucine durante le festività. Non si tratta solo di un dolce, ma di una tradizione veronese che racconta di maestri pasticceri, ricette gelosamente custodite e un’evoluzione che affonda le radici nel Settecento. Ogni fetta che portiamo alla bocca contiene secoli di sapienza dolciaria, di esperimenti audaci e di un territorio che ha saputo trasformare ingredienti semplici in magia commestibile.

Chi ha inventato il pandoro e quando è stato creato?

Il pandoro nasce a Verona nel Settecento, ma le sue origini sono dibattute tra gli studiosi di gastronomia. La paternità viene generalmente attribuita a Domenico Mazza, un panettiere veronese di straordinaria creatività che, intorno al 1790, decise di sperimentare una ricetta completamente diversa dal panettone lombardo. Mazza aveva un’ossessione: creare un dolce leggero, soffice e profumato, capace di competere con le dolcezze che giungevano da Milano e dalla Francia.

Quello che rese rivoluzionaria l’invenzione di Mazza fu la scelta di eliminare la frutta candita e le uvette, optando invece per una semplicità elegante. La ricetta originale prevedeva burro, uova, farina e un tocco di aroma naturale. Non esattamente quello che conosciamo oggi, ma gli elementi fondamentali erano già presenti.

Nel corso dell’Ottocento, la formula si perfezionò grazie al contributo di altre famiglie di pasticceri veronesi, che aggiunsero nuance di vaniglia e altri aromi. L’evoluzione del pandoro è quindi un processo collettivo, dove Verona stessa è stata la vera artefice.

Qual è la differenza tra pandoro e panettone dal punto di vista storico?

Sebbene entrambi siano dolci natalizi italiani simbolo delle festività, la loro storia è profondamente diversa. Il Panettone|panettone vanta origini milanesi più antiche, risalendo addirittura al Rinascimento, ed è sempre stato un dolce ricco, generoso, carico di frutta candita e uvette. Rappresenta l’opulenza, la tradizione cittadina lombarda.

Il pandoro, al contrario, nasce come risposta veronese a questa supremazia. È il dolce che dice: potremmo essere semplici, ma siamo più sofisticati. Non ha bisogno di sfoggio; la sua eleganza sta nell’essenzialità. Mentre il panettone conquista con la ricchezza degli ingredienti, il pandoro seduce con la purezza del burro e la delicatezza della lievitazione.

Per chi ha radici nella Basilicata come chi scrive, cresciuto assaporando ricette casearie tramandate di generazione in generazione, capire questa distinzione significa comprendere come la cucina italiana sia un mosaico di identità regionali, ognuna con la sua dignità e il suo valore storico.

Come è diventato il pandoro un dolce moderno e commerciale?

Il vero cambio di rotta avviene nel Novecento, quando la produzione artigianale inizia a trasformarsi in produzione industriale. Le prime aziende dolciarie veronesi comprendono che il pandoro, con la sua ricetta relativamente semplice ma tecnicamente sfidante, potrebbe conquistare i mercati nazionali. Nel corso dei decenni, soprattutto a partire dagli anni ’60, il pandoro diventa un prodotto confezionato, distribuito nelle più importanti catene di supermercati.

La modernizzazione comporta sia vantaggi che perdite. Da un lato, il dolce diventa accessibile a tutti; dall’altro, molte ricette artigianali scompaiono. La ricerca di stabilità, durabilità e margini economici induce i produttori a modificare le ricette originali, a utilizzare conservanti, a semplificare i processi di lievitazione naturale.

Tuttavia, negli ultimi anni, c’è stato un ritorno autentico alle origini. Piccole pasticcerie veronesi e artigiani dediti alla riscoperta della tradizione stanno recreando ricette quasi dimenticate, usando metodo indiretto e lievitazioni lunghe, proprio come facevano due secoli fa.

Quali sono gli ingredienti originali del pandoro veronese?

La ricetta tradizionale del pandoro comprende pochi elementi, ma nobili. Uova intere, in quantità generosa; burro di eccellente qualità; farina tipo zero; zucchero; e un’aromatizzazione delicata, spesso con vaniglia o scorza di limone. Niente di più, niente di meno.

La semplicità di questa lista contrasta con la complessità della tecnica. La lievitazione deve essere naturale e lunghissima, spesso 24-36 ore. L’impasto deve raggiungere una consistenza che i maestri pasticceri chiamano “panettone”, ironicamente la stessa utilizzata per il dolce milanese. Il burro deve essere incorporato gradualmente per non smontare l’impasto.

La forma caratteristica, a stella con otto punte, non è casuale: nasce dall’esigenza pratica di distribuire il calore in modo uniforme durante la cottura e di permettere una divisione agevole.

Perché Verona è diventata la capitale del pandoro?

Verona non era una capitale dolciaria casuale. La città, crocevia di commerci tra nord e sud Europa, aveva una tradizione di eccellenza artigianale già consolidata. Gli scambi commerciali con Vienna e la Francia avevano educato il palato veronese alle raffinatezze. Il clima del territorio veneto, con i suoi inverni rigidi e le primavere miti, forniva condizioni ideali per la lievitazione naturale.

Inoltre, Verona aveva una classe mercantile colta e capace di apprezzare l’innovazione. Domenico Mazza non è stato un solitario visionario, ma parte di un ecosistema di professionisti che dialogavano, sperimentavano, miglioravano costantemente.

Questa eredità è ancora visibile. Passeggiando per le vie storiche di Verona, le vetrine delle pasticcerie storiche raccontano secoli di dedizione al mestiere.

Domande rapide sui dettagli

Quale azienda ha brevettato il pandoro moderno? La Amarelli e poi altre aziende veronesi, ma il pandoro non è un brevetto: è una tradizione collettiva.

Il pandoro contiene glutine? Sì, contiene grano; esistono versioni senza glutine per celiaci.

Quanto tempo dura la lievitazione naturale? Tra le 24 e le 36 ore, a temperatura controllata.

Cosa significa “pandoro” etimologicamente? “Pane d’oro”, dal colore dorato che assume durante la cottura.

Si conserva bene il pandoro artigianale? Fino a 7 giorni se conservato in luogo fresco e asciutto, lontano da luce diretta.

Rossana Volpini

Rossana è cresciuta nel cuore della Basilicata assaporando le ricette casearie della zia. Dopo aver vissuto in città, è tornata al paese natale per raccogliere tradizioni e scrivere racconti di cucina. Dal 2018 realizza podcast sulle storie delle massaie locali.